Studia Theologica

La pazienza, esercizio di maturità spirituale

Riassunto

La pazienza viene analizzata come virtù teologica e spirituale in contrapposizione all’impazienza e all’irascibilità tipiche della società contemporanea, caratterizzata dall’accelerazione e dall’istantaneità. Partendo dalla lunga pazienza di Dio rivelata nella Sacra Scrittura, ai Santi Padri come Massimo il Confessore, Isacco il Siro e Dumitru Stăniloae, nonché nella vita liturgica della Chiesa, la pazienza si presenta come modalità di partecipazione alla vita divina e via verso la divinizzazione.

La società contemporanea è caratterizzata dall’accelerazione, dall’istantaneità e da un’ossessiva ricerca dell’efficienza. Il progresso tecnologico, la globalizzazione e la cultura digitale hanno profondamente rimodellato il rapporto dell’uomo con il tempo, con i fatti e con gli atteggiamenti, generando una mentalità improntata a un’urgenza permanente. In questo contesto, l’impazienza non è più solo una debolezza individuale, ma un tratto strutturale della vita, con importanti implicazioni sociali e spirituali, i cui effetti sono legati all’irascibilità e alla mancanza di attenzione nei confronti dei problemi altrui. La persona impaziente percepisce gli ostacoli esterni – persone, situazioni, limiti – come fonti di disturbo della propria volontà, reagendo con irritazione, impulsività o aggressività (fisica o verbale). Pertanto, l’impazienza alimenta l’irascibilità, e questa, a sua volta, consolida uno stato permanente di insoddisfazione.

Questa interdipendenza tra impazienza e irascibilità riflette una crisi della pazienza accompagnata da un'incomprensione del suo significato teologico e spirituale. La pazienza non è più percepita come una virtù, come un modo di partecipare all’opera di Dio nel tempo, ma è ridotta a una semplice tolleranza psicologica o a una forma di passività indesiderata. In assenza di questa prospettiva, la sofferenza, il ritardo e l’insoddisfazione sono vissuti esclusivamente come fallimenti, non come momenti che offrono l’occasione per una crescita spirituale.

Allo stesso tempo, la mancanza di pazienza impedisce di mettere in pratica l’amore verso il prossimo e compromette la pace interiore. La pazienza, invece, è la virtù che diventa occasione di crescita spirituale.

La mancanza di pazienza impedisce di mettere in pratica l’amore verso il prossimo e compromette la pace interiore. La pazienza, invece, è la virtù che diventa occasione di crescita spirituale.

Uno sguardo attento alla spiritualità ortodossa rivela che la pazienza non è solo una virtù morale richiesta all’uomo, ma un attributo divino, rivelato nell’oikonomia della salvezza e sperimentato dall’uomo come opera dell’amore divino. La pazienza di Dio esprime il modo in cui Egli si rapporta alla libertà creata, alla caduta e alla storia della salvezza, essendo inseparabile dalla misericordia, dall’amore e dalla fedeltà.

La Sacra Scrittura ci assicura che Dio è «lunganime» (Esodo XXXIV, 6) 1; ma questa pazienza non è orientata alla tolleranza del peccato, bensì al ritorno dell’uomo alla comunione con Dio e in nessun modo all’ignoranza o al disprezzo della Sua bontà: «Hanno disprezzato la ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua lunga pazienza, non sapendo che la bontà di Dio ti spinge al pentimento» (Romani II, 4).

Nell’Antico Testamento, la pazienza di Dio si manifesta in modo particolare nei confronti della disobbedienza del popolo eletto. La storia della salvezza, così come è riportata nella Sacra Scrittura, può essere letta come una storia della pazienza di Dio di fronte alla disobbedienza e ai peccati degli uomini. Dio sopporta il peccato non perché lo accetta, ma perché rispetta la libertà della persona e attende il ritorno dei peccatori, motivo per cui i profeti hanno interpretato il rinvio della punizione non come debolezza, ma come espressione del desiderio di Dio di concedere tempo per il pentimento (Giona IV, 2; Geremia XV, 15). Pertanto, la pazienza non è l’opposto della giustizia divina, ma il suo modo salvifico di manifestarsi nel tempo. Va sottolineato che la pazienza di Dio non compromette l’immutabilità della natura divina: «Dio, essendo per natura impassibile, si mostra longanime verso di noi attraverso l’economia dell’amore, senza subire alcun cambiamento, ma operando la nostra salvezza», insegna San Massimo il Confessore 2, mentre San Atanasio il Grande sottolinea che Dio non cambia in relazione al peccato dell’uomo, ma è l’uomo che cambia in relazione alla bontà costante di Dio 3.

La pazienza è, quindi, l’attesa continua di Dio per il ritorno dell’uomo alla comunione con Lui, in una piena manifestazione della libertà dell’uomo, come sottolineava San Silvano l’Athonita: «Il Signore ha molta pazienza con noi, perché ci ama; e l’amore non costringe, ma aspetta»4.

Modello di pazienza nell’Antico Testamento è Giobbe, dice il Santo Apostolo Giacomo: «Avete udito della pazienza di Giobbe e avete visto il fine che il Signore gli ha riservato» (Giacomo V, 11). Giobbe è diventato il simbolo dell’uomo credente che non si spezza sotto il peso del dolore. San Giovanni Crisostomo osservava che la sofferenza di Giobbe «non lo ha sopraffatto, ma lo ha elevato, poiché la sua pazienza è diventata un esempio per tutti coloro che, di buon grado, accettano le prove»5). Con la pazienza, Giobbe ha conservato la speranza in Dio, proprio quando i sensi e la ragione esigevano risposte immediate. San Isacco il Siro vide nella pazienza di Giobbe una dimensione contemplativa: «Chi sopporta come Giobbe non rinnega Dio, ma mantiene vivo il proprio cuore, attendendo la Sua opera misteriosa e imparando a non giudicare in base alle apparenze»6. Questa prospettiva mostra che la vera pazienza è legata all’umiltà, alla fiducia nella provvidenza divina e al riconoscimento dei limiti umani nel giudicare le cause della sofferenza.

…la vera pazienza è legata all’umiltà, alla fiducia nella provvidenza divina e al riconoscimento dei limiti umani nel giudicare le cause della sofferenza.

La piena rivelazione di questa lunga pazienza di Dio si realizza nella persona del Salvatore Cristo, il Quale ha assunto la condizione umana, la sofferenza e la morte, per divinizzare la natura umana, dapprima ontologicamente e poi attraverso l’opera della Grazia, in coloro che si uniscono a Lui: «Il Verbo di Dio si è unito alla natura umana affinché, attraverso questa unione, la natura umana diventasse divina per grazia»7 Attraverso il Salvatore Cristo, Dio non solo ha manifestato la Sua pazienza, ma la pone come via verso la perfezione. «La lunga pazienza» del Figlio di Dio è diventata modello per coloro che crederanno (I Timoteo 1, 16), poiché: «Egli ha preso su di sé i nostri dolori e si è caricato delle nostre sofferenze» (Isaia 53, 4). La pazienza è stata legata alla kenosis e ha rivelato il significato salvifico, anticipando l’assunzione della croce da parte del Salvatore Cristo.

Pertanto, nella persona del Cristo Salvatore, la pazienza di Dio è diventata visibile e personale. Se nell’Antico Testamento la pazienza divina era conosciuta attraverso l’oikonomia, «Il Signore è misericordioso e compassionevole, lento all’ira e ricco di misericordia» (Salmo CII, 8), nel Cristo Salvatore essa è stata vissuta non solo come una semplice sopportazione della sofferenza, ma come un’assunzione libera, inseparabile dalla Sua totale fiducia nel Padre, per la distruzione del peccato e la salvezza degli uomini.

Il Figlio di Dio non solo parla della lunga pazienza del Padre, ma la incarna. Egli è «l’immagine del Dio invisibile» (Colossesi I, 15), il che implica che tutte le virtù attribuite a Dio si manifestano personalmente nella vita terrena del Cristo Salvatore. San Dumitru Stăniloae insisteva sul carattere personale di Dio e sul fatto che tutti gli attributi divini sono vissuti in relazione. La Sua pazienza è, quindi, non solo una semplice virtù, ma la manifestazione storica del modo di essere di Dio nei confronti dell’uomo. La «ricapitolazione» della natura umana in Cristo ha comportato anche l’assunzione della pazienza come modo di relazionarsi con la debolezza e il peccato dell’uomo. San Dumitru Stăniloae ha sottolineato che «Cristo sopporta non solo la sofferenza, ma anche il rifiuto, l’incredulità e l’odio degli uomini, senza smettere di amarli. Questa è la forma suprema dell’amore salvifico»8.

Il Figlio di Dio non solo parla della lunga pazienza del Padre, ma la incarna. La Sua pazienza è, quindi, non solo una semplice virtù, ma la manifestazione storica del modo di essere di Dio nei confronti dell’uomo.

Nella Sacra Scrittura vediamo che la pazienza del Salvatore si è manifestata non solo durante la Passione, ma nel corso di tutta la Sua opera: nel rapporto con i discepoli che non capivano, con i farisei ostili, con le folle volubili. Ha raggiunto il culmine sulla croce, dove la pazienza è diventata amore crocifisso, perché «avrebbe potuto perdere il mondo, ma ha scelto di sopportare per esso»9e. La croce rappresenta il culmine della pazienza salvifica. Il Figlio di Dio non ha evitato la sofferenza, non l’ha abbreviata con la potenza divina, ma l’ha attraversata in piena obbedienza, motivo per cui sant’Isacco il Siro ha visto in ciò una rivelazione dell’amore divino: «La croce è il frutto della pazienza di Dio verso il mondo e i suoi peccati»10 Il Salvatore si fa carico delle Passioni «fino alla fine» (Giovanni XIII, 1). «Cristo sopporta fino in fondo il rifiuto dell’uomo, ma non smette di amarlo; questa è la forma suprema della pazienza divina»11, insegna San Dumitru Stăniloae. Questa perseveranza nell’obbedienza rivela la dimensione della pazienza come atto cristologico e non di rassegnazione, ma volontario, poiché «il Signore ha sofferto non per impotenza, ma per volontà, affinché attraverso la Sua pazienza potesse sanare la nostra corruzione»12.

Così, la volontà umana è stata restaurata e riportata alla capacità di libera comunione con Dio. «Con la Sua pazienza nelle passioni, il Verbo ha sanato la volontà umana dalla disobbedienza»13, ha vinto il peccato, ha sanato la volontà umana e ha aperto la via della salvezza, attraverso la quale l’uomo partecipa alla vita amorevole e paziente di Dio, tanto che «la Chiesa vive della pazienza di Cristo, che continua a portare le debolezze delle Sue membra»14. Entrata nella logica della pazienza amorevole, che non evita la croce, ma la trasforma in fonte di vita, «la pazienza del Salvatore Cristo non umilia, non costringe, ma guarisce»15.

Entrando nella logica della pazienza amorevole, che non evita la croce, ma la trasforma in fonte di vita, «la pazienza del Salvatore Cristo non umilia, non costringe, ma guarisce».

Per questo l’uomo è chiamato a rispecchiare nella propria vita la lunga pazienza divina, sia nei confronti delle proprie debolezze, sia nei confronti del prossimo 16. Per la vita del cristiano, la pazienza diventa il modo concreto di assumere la croce. Priva di pazienza, la croce è vissuta come un’assurdità; assunta con pazienza, diventa luogo di incontro con Dio, secondo il modello filocalico.

Nella Filocalia, la pazienza è una delle virtù fondamentali della vita spirituale, proprio perché ha la sua fonte in Dio. L’uomo è chiamato a sopportare perché Dio sopporta per primo. Evagrio Pontico collega la pazienza alla conoscenza di Dio: «Chi ha conosciuto Dio sopporta tutto con gioia, sapendo che Dio sopporta incessantemente per la sua salvezza»17).

Nella Filocalia, la pazienza è una delle virtù fondamentali della vita spirituale, proprio perché ha la sua fonte in Dio. L’uomo è chiamato a pazientare perché Dio pazienta per primo.

La pazienza ascetica non è quindi rassegnazione, ma partecipazione al modo di essere di Dio. San Isacco il Siro esprime questa partecipazione con un linguaggio profondamente teologico: «Come Dio sopporta senza adirarsi, così chi ha conosciuto la Grazia sopporta senza turbamento»18). Allo stesso tempo, la pazienza del Salvatore è diventata la misura e il criterio dell’autenticità della vita spirituale, poiché «chi sopporta le tribolazioni con gratitudine segue le orme di Cristo»19, e «se non sopporti come Cristo, non conosci ancora Cristo»20. Nella prospettiva patristica e filocalica, questa pazienza non è solo oggetto di contemplazione teologica, ma norma di vita e via di divinizzazione per il credente, come insegna san Massimo il Confessore: «Chi ha raggiunto l’amore perfetto sopporta tutto, come Dio»21.

Per giungere alla perfezione, la Chiesa si rivela il luogo privilegiato in cui la lunga pazienza di Dio si rende presente, operosa e concretamente percepibile nella vita dei fedeli.

Nel culto della Chiesa, Dio non costringe la libertà dell’uomo, ma si offre incessantemente, attendendo la risposta del fedele. Questa «attesa» divina è l’espressione della Sua pazienza, che si protrae nel tempo liturgico, tempo di pazienza e di santificazione, in cui Dio si dona all’uomo non in modo istantaneo o coercitivo, ma secondo il ritmo della sua crescita spirituale. La struttura delle sette lodi ecclesiastiche, delle veglie e della Santa Liturgia riflette la lunga pazienza di Dio, il Quale «ordina ogni cosa nel tempo, secondo la misura di ciascuno», guidando la creazione «dall’inizio verso la perfezione»22).

La partecipazione alla vita liturgica forma nei fedeli una disposizione interiore di pazienza, in risposta alla pazienza di Dio. In questo senso, l’esperienza liturgica non è solo l’espressione della pazienza divina, ma anche l’ambiente in cui questa pazienza si incarna a livello ecclesiale. La pazienza struttura così l’intero percorso spirituale. Il digiuno, la veglia e la penitenza sono atti che richiedono tempo e perseveranza. Inoltre, nella comunità della Chiesa, ogni persona impara l’ascesi della pazienza, ma impara anche a sopportare le debolezze dell’altro e a vivere l’amore come sacrificio, come sottolinea Sant’Isacco il Siro: «L’amore non affretta la guarigione, ma la attende con lacrime e speranza»23), poiché il vero amore è sempre paziente. Per questo motivo, il Santo Apostolo Paolo esorta i membri della comunità cristiana a «portare i fardelli gli uni degli altri» (Galati VI, 2), indicando che la pazienza verso le debolezze del prossimo è una forma di partecipazione al sacrificio di Cristo. La pazienza diventa così «madre del conforto, e chi è paziente eredita la gioia»24.

La gioia che scaturisce dalla pazienza è una realtà spirituale profonda. La pazienza crea lo spazio in cui la Grazia può operare senza costrizioni, trasformando la sofferenza accolta e l’attesa in un’esperienza di senso e di presenza divina. In questa prospettiva, la gioia appare come «frutto dello Spirito, insieme all’amore, alla pace, alla longanimità» (Galati V, 22). Il santo apostolo Paolo esprime questo legame quando afferma che «la tribolazione produce pazienza, la pazienza produce prova, e la prova produce speranza» (Romani V, 3–4). La gioia è, quindi, il frutto di una maturazione spirituale, di un percorso nel tempo senza mai perdere la fiducia. San Isacco il Siro sottolinea che «la pazienza è il fondamento della vera gioia, poiché genera la pace del cuore»25e, indicando che la gioia non è l’opposto della sofferenza, ma la sua trasfigurazione. San Massimo il Confessore afferma che «chi persevera nelle tribolazioni diventa partecipe della gioia futura e della conoscenza dei misteri divini»26. La pazienza diventa indissolubilmente legata alla speranza escatologica: «Con la vostra pazienza salverete le vostre anime» (Luca XXI, 19).

La gioia che scaturisce dalla pazienza è una realtà spirituale profonda. La pazienza crea lo spazio in cui la Grazia può operare senza costrizioni, trasformando la sofferenza assunta e l’attesa in un’esperienza di senso e di presenza divina.

In Cristo, la gioia che scaturisce dalla pazienza assume una dimensione pasquale. La croce, vissuta nell’obbedienza e nella pazienza, si apre alla Resurrezione, e la gioia che ne segue non è estranea alla sofferenza, ma ne è la conseguenza salvifica. San Massimo il Confessore mostra che «chi sopporta le sofferenze per Cristo diventa partecipe della Sua gioia, già in questa vita»27). Questa gioia è un’anticipazione del Regno dei Cieli, dove conoscerà in modo diretto una «gioia ineffabile e gloriosa» (I Pietro 1, 8), come frutto della comunione stabile con Dio.

Questa gioia spirituale rivela la presenza di Dio nel cuore di colui che si è dimostrato longanime e che, in precedenza, ha scoperto, come frutti scelti della pazienza: la pace interiore, la speranza salda e l’amore sacrificale.

Questa sinergia spirituale la ritroviamo nei canti del Triodion, dove la pazienza è presentata come «opera congiunta» con il digiuno: «Mi hai mostrato, Signore, la tua lunga pazienza e il tuo digiuno come via di salvezza»28 Nel Canone della Quaresima, san Giovanni Damasceno mostra che «il digiuno del corpo è l’inizio della pazienza, e la pazienza apre il cuore alla conoscenza e all’amore di Dio»29

In una prospettiva escatologica, comprendiamo che l’impazienza ostacola la purezza del cuore e turba la pace dell’anima, poiché, come afferma san Giovanni Crisostomo, «chi si affretta e non attende con umiltà, rimane estraneo alla Grazia»30; l’impazienza denota infatti l’incomprensione della profondità dell’opera della Grazia.

Pertanto, la pazienza rimane essenziale per la partecipazione alla Grazia, in quanto forma di costanza nella virtù, essendo strettamente legata alla purificazione della mente, alla quiete e alla partecipazione alle energie increate di Dio. Un aspetto essenziale è il rapporto tra la pazienza e l’illuminazione della mente. La mente, turbata dalle passioni e dalla fretta dei desideri, non può accogliere l’opera della Grazia in modo puro. Per questo è necessaria una serenità interiore, acquisita nel tempo attraverso la pazienza, che diventa, in questo senso, criterio di discernimento e scudo contro l’errore spirituale.

La pazienza diventa così l’ambiente in cui la Grazia opera, si approfondisce e porta frutto. Essa è l’espressione concreta della fede che Dio opera nel tempo, nel segreto, affinché l’uomo diventi gradualmente partecipe della vita eterna, non per costrizione, ma per comunione.

L’opera di questa virtù traspare nella vita spirituale come un filo discreto, ma essenziale, che lega l’ascesi dell’uomo alla discesa della Grazia divina e non a una forma di resistenza all’ansia e al burnout.

Nel senso autentico, essa è la fermezza del cuore nell’attesa dell’opera di Dio senza pretese, senza fretta e senza turbamento. In questa prospettiva, diventa il criterio della maturità spirituale, che rende possibile la percezione graduale della partecipazione alla Grazia divina.

  • 1

    «Il Signore, il Signore Dio, misericordioso e clemente, lento all'ira e ricco di misericordia» (Esodo XXXIV, 6).

  • 2

    San Massimo il Confessore, Risposte a Talasia, 59, PG 90, 609C.

  • 3

    Sant'Atanasio il Grande, Discorso contro gli Elleni, 40, PG 25, 80B.

  • 4

    San Sofronio Saharov, San Silvano l’Athonita, Essex, 1999, p. 327.

  • 5

    San Giovanni Crisostomo, Omelie sul Libro di Giobbe, Omelia II, in PSB, vol. 19, EIBMBOR, Bucarest, 1997, pp. 55–59.

  • 6

    San Isacco il Siro, Parole sull’ascesi, Parola 37, Ed. Deisis, Sibiu, 2000, pp. 183–185.

  • 7

    San Massimo il Confessore, «Ambigua», 5, in Filocalia, vol. III, EIBMBOR, Bucarest, 1981.

  • 8

    San Dumitru Stăniloae, Teologia dogmatica ortodossa, vol. II, Bucarest, 2003, p. 189.

  • 9

    San Isacco il Siro, Parole sull’ascesi, in Filocalia, vol. X, trad. D. Stăniloae, Bucarest, 1981, p. 392.

  • 10

    San Isacco il Siro, Parole ascetiche, Parola 27, trad. di San D. Stăniloae, Bucarest, 1981.

  • 11

    San Dumitru Stăniloae, Gesù Cristo o la restaurazione dell’uomo, IBMBOR, Bucarest, 1993, p. 214.

  • 12

    Sant'Atanasio il Grande, Sull'incarnazione del Verbo, 25, in PG 25, 192.

  • 13

    San Massimo il Confessore, Ambigua, 42, in PG 91, 1345.

  • 14

    Ioan I. Ică jr., Il canone dell’ortodossia, vol. II, Sibiu, 2008, p. 214.

  • 15

    Constantin Coman, Il potere della parola, Bucarest, 2011, p. 121.

  • 16

    Jean-Claude Larchet, La terapia delle malattie spirituali, Sophia, Bucarest, 2001, p. 214.

  • 17

    Evagrio Pontico, Capitoli sulla preghiera, 95, in Filocalia, vol. I, p. 92.

  • 18

    San Isacco il Siro, Parole, 51, in Filocalia, vol. X, p. 401.

  • 19

    San Marco l'Asceta, Sulla legge spirituale, 142, in Filocalia, vol. I, p. 211.

  • 20

    San Sofronio Saharov, San Silvano l’Athonita, Essex, 1999, p. 341.

  • 21

    San Massimo il Confessore, “Capitoli sull’amore”, IV, 77, in Filocalia, vol. II, p. 102.

  • 22

    San Massimo il Confessore, Ambigua, 10, in Filocalia, vol. III, traduzione di San Dumitru Stăniloae, Ed. Istituto Biblico e di Missione Ortodossa, Bucarest, 1981, pp. 103–106.

  • 23

    San Isacco il Siro, Parole sull’ascesi, Parola 90, Ed. Deisis, Sibiu, 2000, pp. 412–414.

  • 24

    San Isacco il Siro, Parole sull’ascesi, Parola 64, trad. P. Dumitru Stăniloae, Ed. Deisis, Sibiu, 2000, pp. 298–300.

  • 25

    San Isacco il Siro, Parole sull'ascesi, Parola 34, trad. San Dumitru Stăniloae, Ed. Deisis, Sibiu, 2000, pp. 165–167.

  • 26

    San Massimo il Confessore, Capitoli sull’amore, I, 27, in Filocalia, vol. 2, EIBMBOR, Bucarest, 1981, pp. 67–68.

  • 27

    San Massimo il Confessore, Capitoli sull’amore, IV, 78, in Filocalia, vol. 2, EIBMBOR, Bucarest, 1981, pp. 142–143.

  • 28

    Sant'Andrea di Creta, nel Triod, EIBMBOR, Bucarest, 2005, pag. 134.

  • 29

    San Giovanni Damasceno, nel Triod, EIBMBOR, Bucarest, 2005, pp. 112–115.

  • 30

    San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Lettera ai Romani, Omelia IX, in PSB, vol. XXX, EIBMBOR, Bucarest, 1999, pp. 146–147.