Monografia
Motto: «Nella loro ignoranza, non si rendono conto che queste nuove chiese, per quanto grandi e pretenziose, non si avvicinano nemmeno lontanamente alla bellezza e al vero valore artistico delle piccole chiese di legno ereditate da epoche di fede, costruite da devoti cristiani, da artigiani animati dalla fede e guidati dalla tradizione tramandata dai loro antenati. Essi non sanno che solo con la fede nell’anima si può fare arte e che in un’epoca di materialismo e semicultura come la nostra non si può nemmeno aspirare a qualcosa del genere» (N. Ghika-Budești)1.
Premessa
Tre anni fa, alla ricerca di altre chiese in legno dimenticate nella provincia di Vâlcea, abbiamo (ri)scoperto anche noi, sulla scia di altri storici degli anni ’70 e ’80 del secolo appena concluso, un antico monumento ecclesiastico, emozionante per l’armonia costruttiva, ma anche per la sua umile statura. La piccola chiesa situata al centro del cimitero della frazione di Cărpinișu, nel villaggio di Anghelești, nel comune di Pietrari, sopportava con la dignità tipica dei luoghi di culto le avversità del tempo e della secolarizzazione. La nostra attenzione è stata attirata fin dall’inizio dalla pianta piuttosto rara dell’edificio (navata con altare e nartece poligonale), nonché dall’assenza del portico, segno certo, ma difficile da dimostrare documentalmente, dell’antichità della chiesa. Già da una prima osservazione del monumento, alcuni dati emergevano con chiarezza: nel corso del tempo aveva subito ripetute riparazioni e modifiche, talvolta non conformi al materiale da costruzione (travi in legno di quercia), il suo stato di conservazione era precario (massiccio attacco di insetti e funghi), la struttura era compromessa, era stata intonacata e dipinta nel XIX secolo, presentava sulle travi esterne i segni di uno spostamento, come minimo. E, forse non da ultimo, come altri preziosi monumenti ecclesiastici in legno, la chiesa era stata da tempo dismessa dal culto e fungeva da magazzino per vari materiali e attrezzi utilizzati nel cimitero. Probabilmente, l’unica cosa che ci si aspettava da essa era che un giorno crollasse, liberando così un appezzamento di terreno.
Il primo passo intrapreso dalla Fondazione HAR 2 è stato quello di misurare la chiesa, fotografarla, redigere i rilievi e poi stendere una bozza monografica, utilizzando i dati disponibili in quel momento. La storia del monumento era altrettanto sommaria come quella di quasi tutte le chiese in legno, poiché pochi storici dell’arte, fin troppo sopraffatti dall’importanza delle fondazioni murarie dei principi e dei nobili, hanno attribuito nel corso del tempo la dovuta importanza a questi antichi luoghi di culto.
In un villaggio della provincia di Suceava (a Lămășeni), la gente del posto ha dato un nome quanto mai suggestivo alla piccola chiesa in legno del XVIII secolo ereditata dagli antenati: l’hanno chiamata «la nonna delle chiese» più recenti costruite nella zona. Nel nostro caso, avremmo scoperto non una nonna, ma una bisnonna, ancora in vita, dei luoghi di culto dell’Oltenia settentrionale, e forse addirittura di tutta la Valachia, una bisnonna delle chiese della regione montana, custode di una lunga e misteriosa storia.
Nell’estate e nell’autunno del 2009 sono state effettuate la valutazione e la perizia tecnica del monumento, seguite dal rilievo e dalla triangolazione digitale (scansione 3D), e sono stati eseguiti i lavori di smantellamento della chiesa in legno nella frazione di Cărpinișu, nel comune di Pietrari, ai fini del suo restauro e del suo trasferimento al Museo del villaggio di Vâlcea a Bujoreni. Sempre in quel periodo, è stato rimosso l’affresco dai due timpani del monumento. La grande sorpresa è arrivata l’ultimo giorno di lavoro quando, rimuovendo lo strato di affresco dal timpano tra il nartece e la navata, è venuto alla luce, dopo quasi due secoli, qualcosa che oggi si trova raramente nelle chiese in legno: le iscrizioni originali del monumento (cosa ancora più rara, si tratta di due documenti di attestazione di questo tipo, entrambi scritti sulla stessa trave). La loro scoperta e la loro decifrazione ci hanno spinto a riprendere la ricerca monografica sul monumento e, in un certo senso, a riconsiderare le opinioni espresse negli studi precedenti sull’antichità delle chiese in legno dell’Oltenia settentrionale. La chiesa dedicata a «San Nicolao» nella frazione di Cărpinișu, nel villaggio di Anghelești, comune di Pietrari, risale, sulla base dei dati delle due iscrizioni incise nella trave tra il nartece e la navata, nonché di alcune osservazioni relative alla struttura e alla tipologia dell’edificio, alla fine del XVI secolo e all’inizio del XVII. Sembra che sia la più antica chiesa in legno conservata, la cui esistenza possa essere inequivocabilmente dimostrata, dell’Oltenia settentrionale.
Sull’antichità delle chiese in legno della Valachia
Il fenomeno della costruzione di luoghi di culto in legno perde le sue origini nel tempo. La maggior parte dei documenti esistenti attesta la loro presenza su un vasto territorio fin dagli albori del Medioevo, in tutto lo spazio balcanico, e soprattutto nelle zone che hanno sviluppato fin dalle origini ciò che oggi comunemente chiamiamo una «civiltà del legno». Una civiltà di questo tipo caratterizza la maggior parte delle zone comprese entro i confini dell’odierna Romania, e l’architettura in legno, sia civile che religiosa, rappresenta senza dubbio un capitolo importante della nostra storia dell’arte. Una delle prove del massiccio utilizzo del legno in architettura, nella Valachia medievale, ci viene fornita da Dinu C. Giurescu nell’opera La Valachia nei secoli XIV–XV:
«l’obbligo di abbattere alberi e di trasportarli ricorre ripetutamente nei documenti. L’esenzione dal tributo denominato “copaci” è concessa anche ad alcuni abitanti di Târgoviște (…). La stessa esenzione è riportata in altri documenti come «legna» o «legname» (…). È certo che dai tronchi d’albero portati al signore feudale dai contadini dipendenti, in virtù degli obblighi a cui erano soggetti, veniva ricavata tutta la legna necessaria alle costruzioni. Una parte di questa, ovvero le «tălpile» – le travi spesse su cui poggiava qualsiasi costruzione in superficie – doveva essere lavorata dai sudditi a beneficio del signore e costituiva un tributo espressamente menzionato in quei tempi»3).
Nel suo bellissimo libro intitolato Storia della Chiesa rumena e della vita religiosa dei rumeni, Nicolae Iorga sottolinea sia l’antichità che l’importanza della chiesa in legno nel contesto nazionale:
«Le prime chiese rumene della Valachia e della Moldavia e delle regioni oltre i monti furono costruite in legno. (n.d.l.a.) In queste chiese di legno si celebrava l’intera liturgia nei villaggi e nei nostri pochi, pochissimi, centri commerciali, fino al XIV secolo. (…) Persino i primi principi, non avendo a disposizione scalpellini né mattoni, fecero costruire chiese in legno dove poter assistere alla funzione e riposare dopo la morte. (…) Solo nel XIV secolo nella Valachia e nel XV in Moldavia si cominciò a costruire chiese in muratura, precisamente per volere dei principi. Neanche i boiardi disponevano dei mezzi e delle competenze necessarie per erigere tali edifici. Fu proprio nel XVI secolo che anche loro iniziarono a costruire, ma non chiese di pietra per i contadini, bensì cripte per se stessi e monasteri. I villaggi hanno continuato ad avere chiese in legno fino al XVII secolo (n.d.). Solo negli ultimi 300 anni si è abbandonata l’usanza di utilizzare il legno per le chiese»4o.
A sua volta, lo storico Dinu C. Giurescu ritiene che nei secoli XIV–XV sia evidente la preminenza del legno, anche nell’architettura sacra:
«anche in questo ambito, l’architettura in legno era preponderante, tanto più che all’epoca le foreste si estendevano dalle montagne e dalle colline fino alla Valle del Danubio (…). Dei secoli XIV–XV non si è conservata alcuna chiesa in legno. Ma alcuni monumenti di questo tipo, giunti fino ai nostri giorni, riproducono nella pianta e nelle tecniche costruttive le realtà esistenti oltre 500 anni fa»5).
In uno dei suoi studi dedicati alle chiese in legno, anche Paul Petrescu sottolinea l’antichità di questi monumenti:
«numerosi tra i monumenti conservati fino ad oggi, databili al XVII o al XVIII secolo, rappresentano tipi architettonici più antichi di alcuni secoli, illustrando in fondo l’arte delle costruzioni dell’alto Medioevo rumeno. Non solo la maggior parte di essi è stata costruita sul luogo in cui in precedenza sorgevano altri edifici di culto, ma nella maggior parte dei casi la riparazione e il restauro di questi edifici in legno avvenivano gradualmente, nel corso degli anni, sostituendo qua e là una trave o un travetto, in modo tale che a un certo punto del legno della vecchia costruzione potrebbe non esserci più nemmeno una trave, ma la forma architettonica e talvolta persino i dettagli vengono conservati identici in questa lunga operazione di copia ripetuta e moltiplicata. (…) Delle chiese in legno rumene risalenti al XVIII e al XIX secolo non si può parlare se non come di un’ultima fase che rappresenta forme artistiche superiori, di una lunga evoluzione, le cui origini sono direttamente legate agli albori dell’arte costruttiva del nostro popolo»6).
L’osservazione dell’etnologo è particolarmente preziosa poiché dimostra sia un processo di continuità nella costruzione delle chiese in legno, sia il fatto che la vecchia chiesa fungesse da modello per quella che, a un certo punto, l’avrebbe sostituita, nello stesso luogo o in uno nuovo. Questa idea è sostenuta anche da Ioana Cristache-Panait nello studio dedicato alle chiese in legno del centro del Piemonte getico:
«Distrutta dai nemici o abbattuta dal tempo, alla costruzione in legno ne seguiva, in genere, un’altra anch’essa in legno, a questa successione si deve la conservazione di alcune forme antiche di pianta, di elementi costruttivi arcaici, di motivi decorativi preistorici, gli stessi in tutta l’area di formazione del nostro popolo»7.
Nel capitolo dedicato al regno di Matei Basarab nel volume del professor Răzvan Theodorescu intitolato La civiltà dei rumeni tra Medioevo e modernità, l’antichità della chiesa in legno dell’Oltenia è attestata con esempi concreti 8. L’illustre autore ricorda la fondazione nel 1633 a Sadova, da parte di Matei Basarab, di un monastero «sul sito di un luogo di culto in legno di Craiova». Inoltre, Arnota, il monastero-necropoli del principe, sorgeva, prima del 1637, sul sito di una chiesa in legno «di Danciu, il vornic, padre del voivoda». Dalla lunga e in parte misteriosa storia del monastero ricostruito da Marica Brâncoveanu all’inizio del XVIII secolo (Surpatele), oggi apprendiamo che all’inizio del XVI secolo (1512) la sua chiesa era in legno. Lo stesso vale per il ben più celebre Monastero di Dintr-un lemn, anch’esso eretto nel XVI secolo. L’antichità della chiesa monastica in legno dell’Oltenia è affermata e sottolineata anche da Ioana Cristache-Panait in un ampio studio già citato:
«I luoghi di culto in legno della Vâlcea, con il loro valore storico e artistico, non sono che una minuscola parte rispetto alla marea di quelli scomparsi (…). Scegliamo alcuni esempi a sostegno di questa affermazione, con l’intento di mettere in risalto l’antico luogo di culto in legno e di sottolineare l’epoca a cui risale. Così, lo Schit di Jghiabul conserva, per le sue origini risalenti al XVI secolo, il ricordo di un luogo di culto in legno. La fondazione brâncovesciana di Mamu ha preso il posto di quella precedente di Buzești, risalente al XV secolo. Sava Șifarul fece costruire in pietra l’Eremo di Robaia, prima della metà del XVII secolo, per dare seguito a quello in legno, esistente già dal secolo precedente. Il testimone di una fondazione in legno viene raccolto, a partire dal 1676, dalla piccola chiesa del Monastero di Turnu. La chiesa in muratura di Genuneni sostituì, nel 1797, quella in legno, mentre presso i vicini di Frâncești ciò avvenne solo oltre un secolo dopo»9).
L’architettura sacra in legno è strettamente legata sia ai fondamenti teologici del cristianesimo, sia alle mentalità e alla condizione sociale dei fondatori e dei beneficiari, e infine allo status identitario dei cristiani delle Terre Romane. Si può facilmente osservare che le più antiche chiese in legno conosciute nella Valachia in generale, e in Oltenia in particolare, erano per lo più chiese monastiche e cappelle principesche o nobiliari. Anche una testimonianza di Paolo di Aleppo dimostra che nel Medioevo rumeno gli stessi boieri costruivano le proprie chiese in legno. Visitando una di queste cappelle a Fărcașele, nella provincia di Olt, eretta dal boiaro Badea Comăneanu nelle vicinanze del suo palazzo, il cronista annota: «Il biv-vel-comis ci ha invitato a visitare la sua nuova chiesa in legno che aveva fatto costruire come eremo nelle vicinanze, dedicata ai Santi Pietro e Paolo»10.
L’architettura sacra in legno è strettamente legata sia ai fondamenti teologici del cristianesimo, sia alle mentalità e alla condizione sociale dei fondatori e dei beneficiari, e infine allo status identitario dei cristiani delle Terre Romane.
La diffusione della chiesa parrocchiale in legno, opera dell’intera comunità, nei villaggi contadini dell’Oltenia settentrionale ha luogo, a quanto pare, alla luce della recente scoperta dell’iscrizione della chiesa di legno di San Nicola nel borgo di Cărpinișu, nel villaggio di Pietrari, un secolo prima di quanto si credesse, ovvero a partire dal XVII secolo. Nei due secoli successivi, la fondazione delle chiese parrocchiali in legno diventa un vero e proprio fenomeno con una duplice valenza: spirituale e culturale. Le piccole chiese in legno sparse su un vasto territorio, con molte caratteristiche stilistiche e costruttive simili, ma rappresentando al contempo ciascuna un gioiello architettonico unico nel suo genere, sono testimonianze di fede, di tradizione viva e di mentalità di una categoria sociale dallo status particolare, nel periodo compreso tra la fine del Medioevo e gli albori della modernità. In alcuni casi, alcune delle chiese in legno, così come alcune di muratura della Valachia, sono state fondate da piccoli boyari locali o addirittura da importanti personalità ecclesiastiche.
Fatto spiegabile dalla natura del materiale da costruzione (il legno è molto più deperibile della muratura), la maggior parte delle chiese in legno conservate fino ai giorni nostri risalgono ai secoli XVIII–XIX. Per quanto riguarda la loro datazione, lo stesso Paul Petrescu si spinge ancora oltre, giudicando errata la periodizzazione secondo cui la maggior parte delle chiese in legno risalirebbe ai secoli in questione: «La perfezione costruttiva, la grande arte della composizione dei volumi, la visione architettonica dell’insieme, la scienza del posizionamento delle decorazioni, caratteristiche che possiedono queste chiese “datate” ai secoli XVIII–XIX, presuppongono una lunga conoscenza e pratica dell’arte della costruzione in legno»11). La conclusione dell’etnologo è che la chiesa in legno vanta una lunga tradizione in tutto il territorio rumeno. È tuttavia opportuno, proprio al fine di chiarire la storia della piccola chiesa in legno della frazione di Cărpinișu, sfumare leggermente le differenze tra la chiesa in legno monastica e quella della parrocchia rurale nel Medioevo montanico. La prima è, tuttavia, più antica della seconda.
La realizzazione di edifici sacri in legno presupponeva l’esistenza di artigiani che oggi potremmo definire «altamente qualificati». Erano degli iniziati nel senso più puro del termine e, al tempo stesso, custodi e tramandatori dei segreti di una lunga e peculiare tradizione costruttiva. Gli artigiani delle chiese in legno si distinguevano dagli artigiani costruttori di case, annessi agricoli e impianti di ingegneria popolare. Alex. Lepedatu sottolinea in uno studio del 1912 che gli artigiani locali fecero la loro comparsa nella Valacchia nel XVI secolo, mentre fino a quel momento predominavano gli artigiani serbi, e che molti scalpellini o falegnami venivano fatti arrivare dall’Transilvania (Christian, il governatore di Târgoviște durante il regno di Vlad Țepeș, richiese due maestri falegnami – carpentarios – provenienti da Brașov) 12.
Storia dell’insediamento
A 30 chilometri a ovest del comune di Râmnicu-Vâlcea, sulla strada per Horezu e a soli 18 chilometri di distanza da quest’ultimo, nella depressione che porta lo stesso nome, si trova l’antico comune di Pietrari. La località è situata nella regione pedemontana tra il Bistrița Vâlcii e l’Olt (zona delle alte pendici delle colline subcarpatiche). Oltre il valico di Negrulești, situato a 500 metri di altitudine, a ovest del quale si estende la Depressione di Hurezi, passa la strada nazionale che collega, ai piedi della montagna, le città di Râmnicu-Vâlcea e Târgu-Jiu. Da queste parti, a quanto pare, passava la via di crinale del sale, trasportato da Ocnele Mari verso l’Oltenia occidentale e verso il Danubio 13. Nella monografia del comune di Pietrari si osserva che:
«Lo sviluppo della località è stato legato al passaggio, attraverso l’attuale territorio comunale, della strada subcarpatica, esistente fin dagli albori dell’organizzazione politica della Valachia, che collegava Turnu Severin alla capitale del paese, Târgoviște. La strada era al riparo da possibili ingerenze ottomane, si trovava sotto la protezione del grande Ban di Craiova e si collegava alla grande via del sale che scendeva lungo la valle dell’Olt. Un’altra via del sale era quella che partiva da Ocnele Mari, attraversava il villaggio di Bârlogu, poi superava la collina di Strâmba passando per Pietrari e giungeva nella contea di Gorj, verso la salina di Cladova. Il sale veniva trasportato con cavalli da soma e carri, e per il trasporto si pagava il dazio «14».
Il comune di Pietrari è stato fondato su entrambe le sponde del torrente Otăsău. Il centro del villaggio è situato sui versanti orientali delle colline di Motești e Cârlige.
La prima attestazione documentaria di questa antica località risale al 23 maggio 1536 (7044) e compare in un documento emesso da Radu Paisie Voivoda, con cui il principe «conferma il possesso a Pietrari a Negomir e a suo fratello Coman»15.
Non si conosce con certezza la data in cui si unirono i villaggi del comune di Pietrari. Veniamo a conoscenza di questa situazione per la prima volta dopo il 1875, quando nel Grande Dizionario Geografico della Romania compare il comune di Pietrari, nella contea di Vâlcea, nel distretto di Ocolu. Nel nucleo del villaggio di Pietrari erano incluse le frazioni: Albota, Anghelești, Cărpinișu, Schit, Manta, mentre nel nucleo del villaggio di Pietrari de Sus si trovavano le frazioni: Sărata, Motești, Ograzu e Vârtoapa 16. Secondo le informazioni contenute nella monografia della località, spesso i villaggi che componevano il comune si separavano e formavano comuni distinti, mentre i centri dei due villaggi cambiavano continuamente i propri confini a causa di contrasti per la supremazia.
Nel 1901, V. Vladimirescu redasse il «Documento di delimitazione dei confini della proprietà dei moșneni di Petrari de Sus, nella regione di Cozea, nella contea di Vâlcea», in cui venivano stabiliti i confini del comune di 17.
Attualmente, il villaggio di Pietrari è situato sui versanti sud-orientali delle colline di Motești e Cârlige e su entrambe le rive del fiume Otăsău ed è costituito dalle frazioni: Coastele Cernii, Anghelești, Schit, Brodele, Manta, Pătiraști, Motești, Ograzu, Cârlige, disposti lungo le strade che collegano il villaggio alla strada nazionale. Il centro del villaggio di Pietrari de Sus si trova sui versanti orientali e settentrionali delle colline di Cuculici e Sărata e lungo il corso della Valle di Sărata. Pietrari de Sus è costituito dalle frazioni di: Albota, Cuculici, Linia Nouă, Sărata, Bucheni, Valea Ciuhurezeștilor, Linia Băilor18
Per quanto riguarda il nome del villaggio, diverse leggende locali offrono varie ipotesi. Una di queste sostiene che il toponimo derivi dall’antica attività degli abitanti che trasportavano la pietra calcarea da Bistrița a Râmnicu-Vâlcea. Un’altra versione sul nome è che nel villaggio la maggior parte delle fondamenta delle case fosse costruita con pietre di fiume estratte dal letto del fiume Otăsău, ma l’ipotesi è poco plausibile, poiché la casa in legno costruita su fondamenta di pietra rappresenta una tipologia architettonica specifica dell’intera zona settentrionale dell’Oltenia e non solo. Una leggenda locale narra che 500 anni fa il paese fu fondato dagli abitanti fuggiti per paura delle incursioni da un altro insediamento, chiamato Piatra Călmățui, e che si stabilirono sulla pianura alluvionale del torrente Otăsău, in una località chiamata Păișești. Si dice che gli abitanti di Păișești venissero a trovare i loro «fratelli pietrari»19i. Esiste anche una variante, abbastanza plausibile, sebbene non confermata da documenti, secondo la quale il nome del villaggio deriverebbe dal nome del boiaro Pietraru, che avrebbe avuto la sua tenuta nel luogo chiamato Schit.
Ciò che oggi sappiamo con certezza, esaminando numerosi documenti d’archivio (oltre 50 atti di assegnazione di proprietà, compravendita, donazione, diate, iscrizioni e varie annotazioni datate tra il 1627 e il 1816), è che Pietrari non figurava tra gli insediamenti insignificanti dell’Oltenia settentrionale. Il villaggio non era solo antico, ma era anche un insediamento molto prospero, popolato da contadini liberi, proprietari di tenute. Dopo il 1536, data della prima attestazione, il nome del villaggio o di alcuni dei suoi abitanti – contadini ricchi, boiari di rango più o meno elevato, esponenti ecclesiastici, è riportato in questi numerosi documenti che testimoniano l’insediamento quasi continuo e la prosperità degli abitanti di Pietrari.
Datato 7 maggio 1627 (7135), il documento più antico, dopo quello di attestazione, in cui compare il nome di un abitante di Pietrari, è l’atto del villaggio di Valea lui Dobre. Il documento attesta una transazione relativa a un terreno a Băteșani. Tra i testimoni della transazione, provenienti dalle zone limitrofe (Boteni, Cismănești, Folești, Chiceni), figura «Ioan i Coman ot Pietrari»20 Al. T. Dumitrescu, autore dell’articolo pubblicato nel 1909 sulla Rivista di Storia, Archeologia e Filologia, precisa che gli atti dei Pietrari di Vâlcea, di cui fa parte anche il documento sopra citato, sono stati conservati «con grande cura dal signor C. Petraru, deputato». Nello stesso articolo viene menzionata la Hotarnica del 1799, secondo la quale «i Pietrari di Vâlcea sono moșneni con atto di proprietà risalente ai tempi di Pătrașcu Vodă, padre di Mihaiu Viteazul, ovvero del 19 luglio 1557, come confermano i boiari incaricati di tracciare i confini inviati sul posto nel 1799, i quali affermano di aver visto «una copia del documento di Sua Maestà del defunto Pătrașcu Vodă dell’anno 7065 (1557), 19 luglio, che ci hanno portato gli abitanti di Pietrari»21. Questo sembra essere un documento di fondamentale importanza per il villaggio di Pietrari, poiché dimostra senza ombra di dubbio l’antichità di una comunità libera nel nord dell’Oltenia. Del resto, lo stesso autore dell’articolo sottolinea l’importanza e le qualità particolari dei possidenti di Pietrari:
«La stirpe dei Pietrari, che possedeva un terzo dell’intero territorio del villaggio, la zona denominata Rotăreasca, detiene ancora oggi la piccola tenuta che ha conservato con grande fatica. A giudicare dalle loro azioni, gli abitanti di Pietrari erano davvero uomini robusti, poiché, se così non fosse stato, avrebbero perso da tempo la loro terra»21
Nell’articolo sopra citato viene evocato anche un momento di grave crisi per il villaggio. Si tratta della «disgregazione del villaggio» e della «dispersione dei proprietari terrieri», menzionate anche in un atto di vendita del 28 marzo 1810, con cui un parroco di nome Anghel di Ștefănești, nel sud del Gorj, vende una parte della tenuta situata nel territorio di Pietrarilor. Il suddetto prete afferma nel documento che il terreno è stato ereditato e che i suoi antenati lo hanno posseduto fino «alla distruzione del villaggio ai tempi della permanenza dei Turchi in questa zona»22).
Sembra tuttavia che non tutti gli abitanti di Pietrari fossero contadini liberi, poiché un documento del 28 maggio 1628 (7136) menziona una certa Jupâneasa Maria che deve dividere in due la proprietà e i «rumâni» di Pietrari con i nipoti di Anghel Comis 23. «Rumâni», come è noto, era il nome con cui venivano chiamati i contadini asserviti.
Verso la fine del XVII secolo, i documenti che menzionano Pietrari o i suoi abitanti diventano sempre più numerosi. Così, un documento datato 8 febbraio 1694 attesta che un appezzamento di terreno a Pietrari viene venduto al Monastero di Bistrița da Pătrașco, figlio di Marin e nipote del parroco Drăghici di Budești. Nello stesso atto viene menzionato un certo Vâlcu di Pietrari, che incontreremo ancora nel corso di questa monografia 24. La maggior parte dei documenti relativi al villaggio di Pietrari risale alla seconda metà del XVIII secolo, a quanto pare un periodo piuttosto prospero per l’insediamento, considerando i numerosi atti con cui, in un modo o nell’altro, si effettuavano transazioni fondiarie. Il nome di Pietrarii de Jos (l’odierno Pietrarii, distinto da Pietrarii de Sus) inizia ad essere menzionato a partire dal 1756 (7264) in due atti datati 12 gennaio. Il primo è un atto di delimitazione con cui i sacerdoti Matei Stoienești, Ilie di Bodești, Gheorghe di Otești e i confinanti Matei Tîlvîc di Păușești, Radu Bârzescul, Radu Anghelescu e Sima Moțea stabiliscono i confini della tenuta di Pietrarii de Jos degli abitanti del luogo, da loro acquistata a partire dal confine con Folești in su. La delimitazione viene effettuata per ordine di Ștefan Pârșcoveanul, ex gran cancelliere, e di Ilie Zătreanul, ex gran scudiero d25o. Il secondo atto presenta all’incirca gli stessi protagonisti e stabilisce a sua volta alcuni confini. Vengono nominati sei confinanti, per ordine degli stessi Ștefan Pârșcoveanul, ex gran medelnicer, e di Ilie Zătreanul, ex grande capo della comunità, di Nedelcu di Pietrari con i suoi uomini e di Neacșu Vintilescu con suo fratello Sima Cârstănești, per misurare e scegliere la loro parte di eredità nella tenuta di Pietrarii de Jos. Per la prima volta, in questo documento, compare il nome «Cărpenișu», come confine della tenuta di Pietrarii de Jos, insieme al bosco di Săliști e al confine dei Folești 26. Il nome «Cărpinișu» ricompare in seguito in un atto testamentario (diată) datato 10 aprile 1781 (7289), redatto dal parroco Pătru di Pietrari: Ion, figlio del parroco Gheorghe di Pietrarii de Jos, lascia, tra l’altro, alla figlia Maria «10 stânjeni del bosco di Cărpiniș (s.n.), il frutteto di Zăpozii, un appezzamento di vigna lungo la costa, gli alberi da frutto e due stânjeni del prato presso la chiesa»27 È opportuno precisare che nel caso in questione «codru» non significa «foresta» ma «luogo», «appezzamento di terreno», e, con ogni probabilità, la chiesa in questione menzionata nel testamento è la chiesa in legno dedicata a «San Nicola» nella frazione di Cărpinișu. Abbiamo così una prima prova che nel 1781 la chiesa si trovava qui. Dal 28 aprile dello stesso anno proviene quella che sembra essere l’integrazione del testamento dello stesso parroco Ion, figlio del parroco Gheorghe di Pietrari, il quale lascia in eredità al figlio Gheorghe cinque appezzamenti di vigna, frutteti a Laz, nella Valea cu Anini, al suo figlioccio Toma mezza «falce di terra», lo stesso al nipote Constandin, mentre alla figlia Oprea dona in dote un bosco chiamato Cărpiniș (n.d.). Questo atto è stato redatto dal parroco Popa 28.
Tra le testimonianze scritte sul comune di Pietrari figurano anche le iscrizioni sulle tre croci di pietra di Pietrarii de Sus. Esse sono state decifrate e pubblicate da Constantin Bălan nella sua ampia opera «Iscrizioni medievali e dell’epoca moderna della Romania». Una di esse si trovava su una tenuta di Moșneni ed è datata 1741, la seconda si trovava presso la Chiesa di San Nicola ed è datata 1773. Entrambe sono croci commemorative, con i nomi dei donatori. Infine, la terza, datata 20 dicembre 1743, situata nella tenuta del logofeta Ioniță Pietrarul, fu realizzata grazie all’impegno del vescovo Climent, nato a Pietrari 29.
Nel 1778, il generale austriaco Von Bauer menziona nelle sue memorie due villaggi: «Petrari de Sus» e «Petrari de Jos», nonché due chiese «situate sull’Otessul»30.
Nella seconda metà del XIX secolo, più precisamente nel 1864, la maggior parte degli abitanti del villaggio di Pietrari erano contadini liberi. Nel 1885 i Pietrari erano ancora divisi in due località: Pietrarii de Sus e Pietrarii de Jos, comuni autonomi, appartenenti alla regione di Cozia e conosciuti con il nome generico di «Pietrăriile». Dopo il 1876 i due villaggi si fusero per formare il comune di Pietrari, nella provincia di Vâlcea, nel distretto di Ocolul. Nel nucleo centrale del villaggio erano incluse le frazioni di Albota, Anghelești, Cărpinișu, Schitul Manta31 Fino ai giorni nostri, il comune ha subito successive scissioni e riunificazioni dei villaggi di Pietrarii de Sus e Pietrarii de Jos, dovute alle divisioni tra gli abitanti. Nel 1952 i due villaggi si fusero per l’ultima volta. Dal 1968, l’antico villaggio di Pietrarii de Jos assume il nome di Pietrari32o.
In passato qui si praticavano diversi mestieri tradizionali come la falegnameria, la rotelleria e la tessitura al telaio, oggi scomparsi. Nel 1901, George Ioan Lahovari documentava l’esistenza di quattro mulini sul fiume Otăsăul, nel territorio del comune, e riportava inoltre che «gli abitanti sono proprietari terrieri, ad eccezione di 12, che nel 1864 acquisirono la proprietà di 24 ettari dei possedimenti dei signori G.I. Pietraru e G. Pietraru»33.
In un articolo dedicato alla chiesa di legno di Pietrari-Anghelești, Andrei Pănoiu sostiene che i contadini del luogo fossero rinomati per il commercio e il trasporto merci 34. Eugen Petrescu sostiene che l’antica occupazione dei contadini di Pietrari fosse il «mersul pe cale», ovvero il commercio di frutta (mele e prugne secche), patate, calce, sale in zolle proveniente da Ocnele Mari e che proprio qui veniva prodotta calce dalla pietra calcarea di Builei, il che ha sicuramente portato benessere agli abitanti dell’insediamento 35.
Oggi Pietrarii conta circa 3.400 abitanti che si dedicano principalmente all’agricoltura, all’allevamento e all’apicoltura. L’insediamento è rimasto lo stesso, con case allineate lungo la strada e, nei vicoli che si diramano dalla strada principale, in fattorie sparse. Gli ampi vicoli del villaggio si estendono fino ai piedi delle colline.
Sacerdoti e chiese di Pietrari
La presentazione in questo capitolo della vita religiosa e dei luoghi di culto di Pietrari, villaggio di proprietà feudale nel nord dell’Oltenia, verso la fine del Medioevo, così come l’incursione documentaria del capitolo precedente, non costituiscono lunghi preamboli a questa monografia. Il loro ruolo è quello di cercare di chiarire alcuni aspetti, finora, salvo poche e notevoli eccezioni, non ancora studiati, relativi alla vita sociale e religiosa, alle mentalità e allo stato d’animo generale delle comunità libere del nord dell’Oltenia tra la seconda metà del XVII secolo e il XVIII secolo. La scoperta delle iscrizioni della chiesa in legno di Anghelești-Cărpinișu, esse stesse documenti scritti di grande importanza per la comprensione del fenomeno della fondazione di chiese, sia nella regione di Vâlcea che nella Valachia, dimostra senza ombra di dubbio che i luoghi di culto ortodossi di questa zona cominciarono ad essere fondati dalle comunità libere con un secolo di anticipo rispetto a quanto si credesse fino a poco tempo fa. Per questo motivo abbiamo intrapreso una ricerca d’archivio e ne presentiamo i risultati.
È ormai abbastanza chiaro che la fiorente situazione materiale dei contadini liberi, da un lato, e la coagulazione delle comunità rurali in clan con una chiara appartenenza a uno spazio ben delimitato, dall’altro, nonché la necessità di trasmettere, oltre ai beni materiali, della fede e delle tradizioni da una generazione all’altra, in una parola la necessità di creare un’identità duratura, portano alla nascita e alla graduale perpetuazione del gesto fondatorio collettivo. Il «diritto di fondazione», attestato nella Valachia nei secoli XIV–XV, concesso inizialmente ai principi, ai boiari e ai sacerdoti 36, si estese a partire dal XVII secolo, diventando anche un diritto delle comunità di contadini liberi.
Il villaggio di Pietrari, spesso menzionato nei documenti d’archivio del XVIII secolo, si distingue non solo per la condizione e lo status dei suoi abitanti, ma anche per il gran numero di sacerdoti nati in questi luoghi, coinvolti, com’era naturale, nella vita religiosa e sociale della comunità cristiana locale. In «Actele Pietrarilor din Vâlcea», l’articolo già citato di Al. T. Dumitrescu, del 1909, l’autore osservava: «Dalla stirpe dei Pietrari sono usciti molti sacerdoti, protopopi e un vescovo Climent. Quest’ultimo scriveva che l’usanza di costruire chiese sul luogo di origine dei propri genitori è una tradizione «in onore del paese e della patria» e che tale usanza «sisi era radicata nel nostro paese fin dai tempi antichi e dalla fondazione della terra»»37.
Il documento più antico in cui viene menzionato il nome di un sacerdote di Pietrari risale al 2 aprile 1726. Si tratta del parroco Matei, coinvolto in un atto di delimitazione dei possedimenti di Pietrari insieme al parroco Ion di Bodești, a Vasile di Pietrari, al parroco Nicodim di Bistrița, a Gheorma di Pietrari, a Stan di Hrizei e a Mihalcea 38.
Un atto testamentario del 23 dicembre 1753 reca la firma del parroco Gheorghe di Pietrari, figlio di Pătru. Egli lascia in eredità alla moglie Tomița e al figlio prediletto, Ion, diversi beni, chiedendo che gli vengano celebrate le preghiere funebri e le offerte in sua memoria. È interessante notare che l’atto menziona anche il fratello del parroco Gheorghe, anch’egli sacerdote, il parroco Constandin, e che l’atto è stato redatto dal parroco Ilie di Bodești, fratello del parroco Gheorghe 39. Proprio da questo atto di donazione possiamo notare che il sacerdozio a Pietrari era un carisma concesso ai membri della stessa famiglia. Un documento datato due anni dopo, l’8 aprile 1755, attesta che a volte, a Pietrari, il sacerdozio veniva trasmesso di padre in figlio: il parroco Nicolae insieme al parroco Gheorghe, figlio del parroco Mihalcea di Pietrari, donano al parroco Ioan dello stesso villaggio (s.n.), figlio di Tudosie Popescu, «un appezzamento di terreno a Piscul Cireșului in memoria sua e dei suoi parenti»40. Ancora più eloquente da questo punto di vista è l’atto datato 31 gennaio 1756 con cui, a seguito di un processo, il parroco Mihalcea di Pietrarii de Jos entrerà in possesso di una tenuta in quella località. Un certo Ion, diacono, menzionato nello stesso documento, afferma di aver avuto anch’egli diritto a una quota di eredità in quella stessa località e presenta come prova un atto del 1678 redatto da un suo antenato. In questo atto si attesta che la parte di tenuta posseduta a Pietrari fu venduta a suo fratello, il diacono Pătru, che è il nonno del parroco Mihalcea (n.d.) di41
Un prete di nome Ion, figlio del prete Gheorghe di Pietrarii de Jos, compare in due documenti del 1781, già citati, mentre un documento datato 25 aprile 1794 riporta come firmatari i preti e i megiași di Pietrari (n.d.) 42 Nel 1800, in un atto di vendita di proprietà, troviamo Ion, figlio del diacono Dobre di Pietrari, e Ion, figlio del parroco Constandin di Pietrari43.
Infine, in relazione diretta con la storia della chiesa di legno di San Nicolao nella frazione di Cărpinișu, nel villaggio di Anghelești, comune di Pietrari, vi è l’annotazione datata 1815/1816 alle pagine 5–6 di un Apostolo del 1747 (7254), conservato presso lo Schit di Pietrari. Da questa apprendiamo che nella seconda decade del XIX secolo, il sacerdote Ioan Cazacu era il ministro della piccola chiesa di legno: «E si sappia che ho scritto io, il peccatore prete Ioan Cazacu della chiesa di Cărpeniș, e chi leggerà sia benedetto(benvolente) verso Dio e verso di me, e che mi perdoni, me, grande peccatore. Anno 7324»44o.
È chiaro che, ad eccezione di Dionisie Eclesiarhul, anch’egli originario di Pietrari, la personalità più importante del villaggio, alla fine del Medioevo, è il vescovo Climent, nato intorno al 1685 dai genitori Radu e Paraschiva. Il futuro vescovo ricevette al battesimo il nome di Costantino. Aveva due fratelli, Simion Vătășelul e il parroco Mihu, che entrò in monastero come Macario, ieromonaco presso lo Schit di Pietrari, e due sorelle. Una di loro, entrata in convento dopo il matrimonio con un prete di nome Matei, è conosciuta come Maica Ștefana 45.
Climent, ex allievo di Damaschin Voinescu, che prese i voti presso il Monastero di Hurezi, fu intronizzato vescovo nel 1735. Ottenne il titolo di «esarca di Severin e di tutta la Mehadia e di altre regioni» e divenne uno dei più grandi fondatori di chiese e monasteri: ricostruisce la chiesa della Diocesi di Râmnic, l’infermeria nel cortile della stessa, fonda lo schito di Pietrari (insieme ai suoi fratelli Popa Mihul di Pietrari e Simion Vătășelul di Pietrari) tra il 1742 e il 1744, sulla tenuta paterna, situata ai margini orientali del villaggio di Pietrari de Jos, è anche il fondatore degli eremi di Colnic e Pătrunsa e delle chiese di Bodești, Folești e Gorani. Nel 1746 prese parte all’azione di abolizione della «rumânie», intrapresa dal principe Constantin Mavrocordat 46. La personalità di spicco del vescovo Climent è evocata anche in uno studio di Răzvan Theodorescu:
«Giungiamo così a uno dei momenti salienti della storia dei monumenti di Vâlcea, quello del ministero pastorale di un vescovo, figlio del luogo: si tratta di Climent, abate a Bistrița e poi vescovo a Râmnic tra l’estate del 1735 e la primavera del 1749, quando compì il «paretisis» (rinuncia alla sede). Fondatore come nessun altro vescovo di Râmnic di quell’epoca, Climent sarà contemporaneo di altri fondatori, piccoli boiari locali, che seguiranno il suo esempio»47
Lo schito di Pietrari, da lui fondato sulla tenuta paterna, dove egli stesso vivrà tra il 1749 e il 1753, (anno della sua morte), sotto il nome di Cosma, dopo aver ricevuto «il grande voto dell’ascetismo»48, è annoverato tra i monumenti ecclesiastici rappresentativi dell’Oltenia settentrionale. Nell’estate del 1746, il metropolita di Ungrovlahia, Neofit il Creta, accompagnato dal vescovo Climent, visitò alcune chiese e monasteri di Vâlcea e poi riportò l’evento: «Mercoledì 30 luglio siamo giunti in serata in una tenuta del vescovo Climent chiamata Pietrarii, dove egli possiede una casa in pietra e una chiesa in pietra, e vi siamo rimasti anche giovedì 31 luglio»49).
Non meno di nove iscrizioni, tra cui le epigrafi, i nomi sui ritratti dei fondatori, i nomi sulle lapidi – poiché il monastero diventa necropoli per alcuni membri della famiglia del vescovo –, i nomi degli artigiani-artigiani e pittori, sono state pubblicate da Constantin Bălan, fornendo preziose informazioni sulla chiesa dedicata alla «Bona Novella» dello Schit di Pietrari 50. Tra i nomi degli pittori riportati in alcune iscrizioni datate 1744–1745, si segnalano «Popa Gheorghie, suo fratello Andrei (brat ego)» e Danciu Filip.
Lo studio del 1909 di Al. T. Dumitrescu riporta la parte finale dell’atto dello schit di Pietrari, in cui il vescovo Climent chiede ai suoi successori alla Vlada di prendersi cura della sua chiesa e dei suoi possedimenti, così come, egli dice, «anch’io ho avuto pietà di questa santa diocesi, tanto da realizzare ciò che non esisteva, rinnovare ciò che era obsoleto, ricostruire ciò che era crollato e riparare ciò che era danneggiato». L’autore dello studio non può trattenersi dall’indirizzare un elogio al fondatore dell’Eremo di Pietrari: «Senza dubbio il vescovo Climent è la figura rumena più illustre di quel tempo. Egli lascia un’impronta indelebile nella diocesi e un culto nella famiglia. Per questo motivo, spesso i pronipoti e i fratelli del vescovo Climent, in caso di disaccordo tra loro, si riconciliavano, rendendosi ben conto che «prestando molta attenzione alle parole dell’antenato» dell’anno 7259 (1751) 4 marzo, «la discordia tra di noi», dicono, «ne costituirebbe una violazione»51
La comunità libera di Pietrari è, al pari di altre comunità simili di contadini liberi nel nord dell’Oltenia, fondatrice di chiese. I contadini liberi, proprietari di tenute nella Terra di Romania, così come i răzeși della Moldavia, a partire da un certo momento della storia medievale, costruiscono i propri luoghi di culto, in legno o in muratura. Fino a poco tempo fa eravamo portati a credere che ciò avvenisse, nella Terra Romaneasca, solo a partire dal XVIII secolo, ma la spettacolare scoperta dell’iscrizione della chiesa in legno di San Nicola di Pietrari ci dimostra che il fenomeno della fondazione di chiese parrocchiali di paese in legno risale a un secolo prima.
Răzvan Theodorescu mette in evidenza una categoria specifica di fondatori, provenienti, nei villaggi della Vâlcea, dalle figure ecclesiastiche:
«Una categoria speciale di fondatori nella Vâlcea – e questa rimane una caratteristica per l’intero XVIII secolo e per i primi decenni di quello successivo – è rappresentata dal clero. Qui rientrano, come vedremo, i protopopi, di ceto sociale più agiata (…), gli ierei – ovvero sacerdoti in grado di confessare e amministrare la comunione (…), gli ierodiaconi, cioè monaci che erano anche sacerdoti nei monasteri. La prima spiegazione di questa situazione risiede (…) nel ruolo e nel prestigio della diocesi di Râmnic; una seconda, molto importante, nel fatto che dal punto di vista economico essi erano superiori al resto degli abitanti del villaggio grazie al fatto fondamentale dell’esenzione dalle tasse»52).
A volte, il sacerdote era il fondatore della chiesa locale, insieme al villaggio, come nel caso della chiesa in legno di San Nicola di Pietrari, nel XVII secolo. Il contesto culturale ed economico-sociale degli ultimi due secoli del Medioevo in questa zona (le comunità libere esistevano in quasi tutti i villaggi vicini a Pietrari) si rivelava propizio alla fondazione di chiese da parte delle comunità locali, i cui fondatori erano proprio i membri delle stesse, contadini liberi sostenuti da un esponente della gerarchia ecclesiastica o da un boyardo del luogo. «Il destino della memoria dei fondatori si è intrecciato con quello della valle. Da quanto è stato tramandato attraverso iscrizioni, fonti documentarie e tradizioni, emerge l’ampia varietà di questi fondatori: gerarchi, sacerdoti, monaci, membri delle famiglie principesche, piccoli boyari, insegnanti, ma soprattutto la comunità», osservava Ioana Cristache-Panait nel suo autorevole studio dedicato alle chiese in legno del centro del Piemonte getico 53.
Gli abitanti di Pietrari, nella provincia di Vâlcea, possedevano sul territorio dell’attuale comune diverse chiese, costruite tra il XVII e il XX secolo. La più antica è, ormai senza dubbio, la chiesa in legno di San Nicolao nella frazione di Cărpinișu, trasferita e restaurata presso il Museo del Villaggio di Vâlcea a Bujoreni. La più celebre fondazione ecclesiastica dei Pietrari è, altrettanto indubbiamente, l’eremo dedicato alla «Bona Novella», eretto dal vescovo Climent, con il ritratto di quest’ultimo e dei suoi fratelli Simion Vătășelul e del parroco Mihul dipinti nel nartece, monumento storico di importanza locale.
Per quanto riguarda la storia delle chiese in legno di Pietrari, quasi tutti i documenti e gli studi esaminati non fanno che accrescere il mistero e la confusione che generalmente accompagnano questi luoghi di culto. Nicolae Stoicescu rileva l’esistenza, nel 1840, a Pietrarii de Jos, di due chiese in legno: San Nicolao del 1737 e San Nicolao-Cărpeniș, del 1810, «una delle quali è un monumento» (sic)54. Anche Ion Popescu Cilieni rileva che a Pietrarii de Jos vi sarebbero due chiese in legno dedicate a San Nicolao, una nel quartiere di Cărpinișu, «costruita dal parroco Matei di Genunenii nel 1810, il 6 dicembre» e la seconda «costruita da Anghel, da Pătru e Stan Moghină e dagli altri parrocchiani, nel 1737, il 6 dicembre»55. La monografia del luogo ribalta però completamente la situazione, riportando l’esistenza di una chiesa per metà in legno e per metà in muratura, con portico, dedicata a «San Nicola», costruita nel 1810 e situata a Pietrarii de Jos, nel cortile della chiesa in muratura dedicata alla «Beata Parascheva». Viene riportata persino l’iscrizione che attesta la data di fondazione del luogo di culto al posto di uno più antico dedicato a Santa Paraschiva, nel 1810. Al contrario, la chiesa del villaggio di Anghelești (Cărpinișu) è attestata nel 1737, con Anghel, Pătru e Stan Moghină come fondatori, ed è costruita in legno di quercia 56. Viceversa, per così dire. Del resto, anche il catalogo delle chiese della provincia di Vâlcea, conservato presso la Direzione Provinciale per la Cultura, i Culti e il Patrimonio Culturale Nazionale 57, menziona la chiesa in legno dedicata a «San Nicola» della frazione di Anghelești, nel comune di Pietrari, come monumento storico eretto nel 1737.
A Pietrarii de Jos si trova anche la chiesa dedicata alla «Beata Paraschiva», costruita nel 1907, e quella più recente, del 1995, eretta nel quartiere di Cărpinișu, vicino alla vecchia chiesa in legno che fino a poco tempo fa era destinata alla demolizione.
Tra le chiese di Pietrarilor de Sus ricordiamo quella in legno, costruita nel 1865, ai tempi del principe Alexandru Ioan Cuza (a forma di navata senza campanili, con portico aperto) e la chiesa parrocchiale dedicata ai Santi Voivodi, consacrata nel 1922 58.
(Continua nel prossimo numero)
* La chiesa figura nell’Elenco dei Monumenti Storici con il codice di classificazione VL-II-m-B-09869.
- 1
N. Ghika-Budești, «Alcune chiese in legno dell’Oltenia», in B.C.M.I., anno XIX, fasc. 47, gennaio-marzo 1926, p. 2.
- 2
Il proseguimento di un ampio progetto di studio, monografia e persino restauro di alcune chiese di questo tipo nel nord dell’Oltenia, avviato dalla Fondazione HAR in collaborazione con il Museo Provinciale di Vâlcea già dal 2000.
- 3
Dinu C. Giurescu, La Valachia nei secoli XIV-XV, Editura Științifică, Bucarest, 1973, cap. «Mestieri e tecniche», pp. 115-116.
- 4
Nicolae, Iorga, Storia della Chiesa rumena e della vita religiosa dei rumeni, seconda edizione, Edizioni del Ministero degli Affari Religiosi, Bucarest, 1929, pp. 34-35.
- 5
Dinu C. Giurescu, op. cit., cap. III, pp. 131-133.
- 6
Paul Petrescu, «L’unità concettuale tra struttura e decorazione nelle chiese rumene in legno», in S.C.I.A., Volume 14, 1/1967, Editrice dell’Accademia della RSR, Collana Arti Plastiche, pp. 23-24.
- 7
Ioana Cristache-Panait, «Le chiese in legno del centro del Piemonte Getico: le contee di Olt, Vâlcea, Argeș», in S.C.I.A., collana Arte Plastica, vol. 42, pp. 29-62, Bucarest, 1995, p. 32.
- 8
Răzvan Theodorescu, La civiltà dei rumeni tra Medioevo e modernità, Editura Meridiane, Bucarest, 1987, vol. II, cap. «Il tradizionalismo della Moldavia sotto Matei Basarab e le aperture verso il futuro», pp. 17-18.
- 9
Ioana Cristache-Panait, op. cit., p. 31.
- 10
Paolo di Aleppo, Viaggiatori stranieri sulle Terre Rumene, Editura Științifică, Bucarest 1976, vol. 6, p. 220. Paolo, arcidiacono di Damasco, Aleppo e di tutte le terre arabe (1637–1667), dal nome arabo Bulos ibn az-Za’im, compagno e segretario di suo padre, il patriarca Macario di Antiochia, visitò le Terre Romane tra il 1653 e il 1658 al fine di ottenere aiuti materiali per il Patriarcato di Antiochia.
- 11
Paul Petrescu, op. cit., p. 23.
- 12
Alex. Lepedatu, «Ricerche storiche sugli artigiani delle chiese della Valachia nei secoli XV e XVI», in B.C.M.I., anno V, fasc. 20, ottobre-dicembre 1912, cfr. Iorga, Doc. Hurmuzachi, XV, p. 95, I. Bogdan, I documenti di Brașov, I, p. 358.
- 13
L. Badea, Constanța Rusenescu, La provincia di Vâlcea, Editura Academiei R.S.R., Bucarest, 1970, capitolo «La depressione e le colline subcarpatiche», p. 61.
- 14
Constantin Mereșescu, Crina Popescu, Pietrari, località il cui nome deriva dalla selce (Monografia del Comune di Pietrari), Editura Ofsetcolor, Râmnicu-Vâlcea, 2010, capitolo II, p. 48.
- 15
«Per la grazia di Dio, io, Radu Voivoda e Signore di tutto il paese dell’Ungro-Vlahia, figlio del benigno e grande Radu Voivoda. Io, il mio regno, impartisco questo mio ordine a Negomir e a suo fratello Coman, nonché ai loro figli, quanti Dio ne concederà, affinché possiedano un appezzamento a Pietrari, poiché hanno acquistato da Stan per 260 aspri e hanno acquistato nuovamente da Albu per 260 aspri e hanno acquistato ancora da Stoica per 250 aspri e hanno acquistato ancora da Stănislav per 300 aspri e hanno acquistato ancora da Vladu per 150 aspri e hanno comprato di nuovo dal fratello di Oprea per 80 aspri e hanno comprato di nuovo da Stănislav per 80 aspri e hanno comprato di nuovo da Radu per 80 aspri, ma dalla sorgente del fiume fino alla Valle Mare e tra lo stagno di Cârstian. E comprarono di nuovo da Radu per 120 aspri, due falci, e comprarono di nuovo da Stoica una falce per 90 aspri e comprarono di nuovo da Stan per 55 aspri, poi si alzò Negomir insieme al fratello Coman e fecero uno scambio con Radu di Pietrari (s.n.) e con suo fratello. Così gli hanno ceduto la parte bassa della Valle dell’Orso, mentre Radu e i suoi fratelli hanno ceduto a Negomir e a suo fratello Coman la parte alta della Valle dell’Orso, tenuta per tenuta, sia in pianura che in montagna e in ogni altro luogo. E ancora una volta la mia signoria ha concesso a Micleuș e a suo fratello Dumitru che fosse loro proprietà a Pietrari (n.d.), la parte di Negomir, qualunque essa sia, poiché l’hanno acquistata per 440 aspri. E che a Radu spetti la metà, poiché l’hanno acquistata per 60 aspri. E hanno donato a me il cavallo. Per questo io, il re, ho concesso loro che fosse proprietà loro, per loro e per i loro figli, nipoti e pronipoti, e che nessuno potesse toccarla, secondo quanto da me stabilito. Ecco i testimoni che io, il re, nomino: il signor Drăghici, governatore, e il signor Șerban, gran ban di Craiova, e Vintilă, gran governatore, e il signor Vlaicul, gran logofata, e Udriște, tesoriere, e Stroe, spătar, e Staico, commissario, e Dragul, stolnic, e Stroe, coppiere, e Badea Izvoranul, gran postelnic. L’ispravnicul Vlaicul, gran logofata. Scritto il 23 del mese di Iu‹nie›, nell’anno 7044 (1536)”. Tesori archivistici di Vâlcea (Catalogo dei documenti degli Archivi di Stato di Râmnicu Vâlcea), vol. II, 1467 – 1800, Bucarest, 1985, p. 56, documento n. 196, opera a cura di Corneliu Tamaș, Ion Soare, Carmen Manea-Andreescu.
- 16
George Ioan Lahovari, Il Grande Dizionario Geografico della Romania, Bucarest, 1901, vol. IV, p. 705.
- 17
Il territorio del comune confina con le seguenti località: a est con il comune di Stoenești, in particolare con il villaggio di Bârlogu, dal quale è separato da un confine convenzionale che passa per la cima del Dealul Mare; a sud con il comune di Păușești-Otăsău, dal quale è separato da un confine convenzionale che attraversa il torrente Otăsău e si estende a est fino al Dealul Govorei e a ovest fino al punto denominato «Valea Mare»; a ovest con il comune di Tomșani, con un confine convenzionale che parte dal punto «La Lac» e prosegue lungo la cresta del Dealul Tomșani in direzione SE-NO per una lunghezza di 1730 m fino al tumulo di Valea Bună; a nord confina con il comune di Bărbătești (i villaggi di Bârzești e Negrulești), dal quale è separato da un confine convenzionale lungo 1750 m che parte dal punto «Răduț», prosegue fino alla cima Chicirla, e da qui, lungo una linea sinuosa, fino al letto del torrente Otăsău.
- 18
Constantin Mereșescu, Crina Popescu, op. cit., capitolo II, pp. 43-44.
- 19
Nel Medioevo rumeno, e non solo, capitava spesso che una comunità, fuggita dalle invasioni, fondasse un altro insediamento in luoghi più al riparo.
- 20
Al. T. Dumitrescu, «Documenti storici. Gli atti dei Pietrari di Vâlcea – Vlădica Climent di Râmnic» in Rivista di Storia, Archeologia e Filologia, vol. X, fascicolo relativo ai mesi di gennaio, febbraio e marzo, Bucarest, Istituto di Arti Grafiche «Carol Göbl», 1909, p. 327.
- 21a21b
Ibid., p. 324.
- 22
Ibidem, pp. 325−326.
- 23
Documento 39, (DRH, B, XXII, pp. 194−195, n. 87, Rez. Catalogo III, n. 804) in «Comori arhivistice vâlcene» (Catalogo dei documenti dell’Archivio di Stato di Râmnicu Vâlcea), vol. II.
- 24
MS 184, f. 83 v-84, in Tezaur Medieval Vâlcean (Catalogo dei documenti degli archivi di Stato di Râmnicu Vâlcea, 1388–1715), Bucarest, 1983, p. 305, volume a cura di Corneliu Tamaș, Ion Soare, Carmen Andreescu.
- 25
Ibid., documento 516 (DI, XLIII/14), p. 126.
- 26
Ibidem, documento 517 (DI, XLIII/12), p. 126.
- 27
Ibidem, documento 854 (DI, XLIII/19), p. 198.
- 28
Ibidem, documento 858 (DI, XLIII/27), p. 199.
- 29
«Per volontà del Padre, con l’aiuto del Figlio e per opera dello Spirito Santo. È stata eretta questa santa croce, in occasione della festa dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria, grazie all’impegno dell’amante di Dio, il vescovo Climent di Râmnic, originario del villaggio di Pietrari, ai tempi del suo signore, Io Mihai Racoviță voivoda, il 20 dicembre dell’anno 7252» in Constantin Bălan, Iscrizioni medievali e dell’epoca moderna della Romania (Provincia storica di Vâlcea, sec. XIV–1848), Editura Academiei Române, Bucarest, 2005, pp. 770−771.
- 30
«L’Oltenia secondo le memorie del generale Von Bauer (1778)», in Arhivele Olteniei, anno III, n. 14/luglio-agosto 1924, p. 304.
- 31
Mereșescu Constantin, Popescu Crina-Steliana, op. cit., p. 45.
- 32
Eugen Petrescu, Vâlcea, La terra dei lupi getici o La regione di Vâlcea, Editura Conphys, Râmnicu-Vâlcea, 2007, vol. II, p. 75.
- 33
George Ioan Lahovari, op. cit., vol. IV, p. 705.
- 34
Andrei Pănoiu, «Un monumento sconosciuto dell’architettura popolare della regione di Vâlcea» in BCMI, n. 2/1970, p. 70.
- 35
Eugen Petrescu, op. cit., p. 76.
- 36
Dinu C. Giurescu, op. cit., cap. VII, p. 430.
- 37
Al. T. Dumitrescu, op. cit., p. 326.
- 38
Documento 196 (DI/7) in «Comori arhivistice vâlcene» (Catalogo dei documenti dell’Archivio di Stato di Râmnicu Vâlcea), vol. II.
- 39
Ibidem, documento 495 (DI, XLIII/8 e 9), p. 122.
- 40
Ibidem, documento 512 (DI, XLIII/10), p. 125.
- 41
Ibidem, documento 537 (DI, XLIII/18), p. 130.
- 42
Ibidem, documento 1183 (DI, XLIII/40), p. 267.
- 43
Ibid., documento 1424 (DL, LII/6), p. 316.
- 44
P.S. Năsturel, «L’ex eremo dell’Annunciazione di Pietrarii de jos (distretto di Hurezi)» in Mitropolia Olteniei, n. 3−4/1955, p. 209.
- 45
Mircea Păcurariu, «Il vescovo Climent di Râmnic» in Mitropolia Olteniei, n. 1−2/1965, pp. 23−24.
- 46
Eugen Petrescu, op. cit., p. 79.
- 47
Răzvan Theodorescu, Vescovi e fondatori nella Vâlcea del XVIII secolo, Editura Patrimoniu, Vâlcea, 2009, p. 143.
- 48
Eparchia di Râmnic e Argeș (monografia), Râmnicu-Vâlcea, 1976, vol. I, p. 126.
- 49
Mircea Păcurariu, op. cit., p. 46, citato da Ghenadie Enăceanu, «Il metropolita di Ungrovlahia Neofit I» in Biserica Ortodoxă Română, anno II (1785−1786), p. 11.
- 50
Constantin Bălan, op. cit., pp. 764-768, iscrizioni: I 1242 – I 1250.
- 51
Al. T. Dumitrescu, op. cit., pp. 326-327.
- 52
Răzvan Theodorescu, op. cit., p. 8.
- 53
Ioana Cristache-Panait, op. cit., p. 35.
- 54
Nicolae Stoicescu, Bibliografia delle località e dei monumenti feudali della Romania, I, Țara Românească, a cura della Metropolia di Oltenia, 1970, p. 480.
- 55
I. Popescu Cilieni, Chiese, fiere e villaggi della provincia di Vâlcea, Ramuri, Craiova, 1941, pp. 32-33.
- 56
Crina Popescu, Constantin Mereșescu, op. cit., pp. 185−186.
- 57
Catalogo pubblicato il 1° aprile 1972 in collaborazione con la Diocesi di Râmnic e il Museo Provinciale di Vâlcea.
- 58
Ibid., pp. 188-189.